 | «Decidere di scrivere un libro è un atto di volontà che nasce sempre, almeno per me, da una sensazione transitoria, inaspettata o latente. Non dico che nasca a caso, ma certamente segue percorsi carsici, ingrottati, contorti, prima di salire in superficie ed esigere l’attenzione che richiede la stesura di un libro di narrativa. Nel caso delle “Variazioni Reinach” (Rizzoli 2005), come racconto nel primo capitolo del libro, il dato scatenante è stata la visita al Musée Nissim de Camondo. In quel periodo, nel marzo del 2002, non avevo nessuna idea e, devo confessarti, nessuna voglia di scrivere un libro. Uscivo da un’esperienza contraddittoria seguita dalla pubblicazione de “La grande ombra” (Fazi 2001), un romanzo sulla vecchiaia di Michelangelo che, pur avendo avuto un buon riscontro di pubblico e critica, mi sembrava avesse fallito il suo obiettivo. Dunque, non solo non cercavo una storia, ma neppure avevo voglia di trovarla. Forse è stata questa condizione di vulnerabilità a favorire l’incontro con le vicende della famiglia Reinach, o il desiderio di affrontare una sfida allora apparentemente insuperabile. Del resto, è proprio questo atteggiamento rischioso che mi consente di sobbarcarmi la fatica (gioiosa ma sempre fatica) della stesura di un libro».
(Stralcio dell’intervista, a cura di Miro Silvera, pubblicata su Orizzonti n.26, apr-lugl 2005)
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