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“Guardiamo senza essere guardati” è una delle dieci cose che i giapponesi non ammetteranno mai. E' quello che ho imparato a fare anch'io nel corso dei miei primi tre anni in Giappone, dove mi è stato predetto che avrei partorito senza dolori, sono passato per il fallimento della scuola nella quale insegnavo italiano a Osaka (che mi ha portato alla disoccupazione e all'iscrizione a un sindacato giapponese), e ho (ri)cominciato a fare (questa volta seriamente) il giornalista a Tokyo.
Nel frattempo, ho scoperto che i ladri di mutandine non sono una leggenda, che c'è qualcuno che vorrebbe una legge sul matrimonio tra umani e personaggi di manga e anime, che per conquistare una giapponese bastano 14 minuti, e che in caso di un terremoto di 7,3 di magnitudo a Tokyo ci sarebbero 810.000 persone alla disperata ricerca di un bagno.
“Giapponesi si nasce” raccoglie esperienze, visioni, frammenti di vita quotidiana di un giornalista nella terra del Sol Levante, un mondo in cui ogni giorno non è mai uguale al precedente: testi brevi e curiosi, istantanee divertenti, per chi ha voglia di scoprire un po' di più il Giappone, le sue contraddizioni e le sue peculiarità.
Mi sono limitato a guardare, osservare e cercare di capire senza troppe pretese: perché il Giappone è un insieme di luoghi nei confronti del quale esistono solo diversi gradi di ignoranza.
L'appendice (“Quando la lingua la si inventa - Le migliori frasi degli studenti giapponesi a lezione di italiano”) dà voce ai tanti giapponesi che, nel periodo in cui insegnavo la lingua di Dante, scelsero come hobby, invece di collezionare orsacchiotti o giocare a tennis, lo studio dell'italiano. Grazie alla loro sgrammaticata saggezza, ho capito che “non è sempre bisogno pasta”, “forse non andrò ovunque” e “non c'è nessuno senza io”.
I giapponesi sono molto più simili a noi di quanto crediamo: è solo che riescono a nasconderlo molto bene.
“Mesi fa mi ero ripromesso di indagare sulla serpeggiante narcolessia dei giapponesi: non riuscivo a spiegarmi come molti baldi giovanotti nel fiore dell'adolescenza o pimpanti e graziose signorine (così come adulti di mezza età, ragazzini e anziani) potessero addormentarsi in un batter d'occhio, ovunque si trovassero e in qualsiasi posizione. Prima avevo pensato a libri noiosi, riviste scadenti, stanchezza da super lavoro o stress da metropoli. Finalmente ho trovato la risposta: un gruppo di scienziati (giapponesi) ha identificato una mutazione genetica che potrebbe essere responsabile della narcolessia [...]”.
“Che cosa potranno mai avere in comune la cittadina di Sibari (frazione di Cassano allo Ionio, Calabria) e la prefettura di Ibaraki (nord di Tokyo, Giappone)? Certo non il numero di abitanti (intorno ai 5 mila la prima, più di 3 milioni la seconda) o le specialità culinarie (vino, olio e pesce per Sibari; riso, carne di maiale e radici per Ibaraki). Tanto meno la principale attrazione turistica (scavi archeologici contro tempio scintoista di Kashima). Cosa, allora? L'imminente costruzione di un aeroporto completamente inutile [...]” .
“ Un cellulare, un pesce rosso e uno nero, una boccia e un gatto: ecco come si cura lo stress in Giappone. L'Università Tokai ha sviluppato, insieme a un'azienda giapponese, il cosiddetto “Indice della Boccia del Pesce” (giuro che si chiama così) che visualizza direttamente sul telefonino quanto siamo stressati. Il pesce rosso rappresenta noi stessi, e appare sempre più malandato a seconda del nostro livello di stress; quello nero diventa sempre più aggressivo a seconda della tensione che raggiungiamo con le altre persone; il gatto indica lo stress sociale, la boccia quello in famiglia. Nel caso di ansia elevata, il primo cercherà di mangiarci, la seconda si romperà. Se il sistema arriva alla conclusione che siamo dei malati di mente, ci indica dove andare per avere un consulto [...] ”.
Paolo Soldano non sa disegnare. Ma ci regala pillole dal Giappone come strisce di un manga. Un po' per sorridere e un po' per riflettere sul mondo che cambia alla velocità della luce. E su un Paese che, quando la terra trema, si sforza di restare immobile.
Redazione di A
Con la pigrizia del flâneur e l'acutezza curiosa dell'antropologo, Paolo Soldano ci introduce nell'alterità del Giappone. Chi è stato nel Paese del Sol Levante lo può ringraziare di avergli restituito lo stupore inesausto di un viaggio che non può dimenticare. Chi non vi è mai stato può farsene tentare per una visita nell'altrove di una civiltà millenaria, che vive l'oggi apparentemente immersa in un consapevole disincanto.
Fausto Colombo
Tre anni fa, Paolo Soldano se ne è partito per una full immersion in Giappone. Lo ha fatto con tanta convinzione, che in così poco tempo ha mutuato dai giapponesi una delle loro modalità espressive più note: la prosa breve. In poche, pochissime righe intense, riesce a sintetizzare mirabilmente un carattere, una pulsione, un'intera vita. Per arrivare alla sintesi delle sintesi: le frasi dei suoi studenti, perfetto esempio di incrocio tra l'haiku di quelle parti e il nonsense anglosassone. L'insieme è tanto efficace che, quando chiudiamo il libro, abbiamo la sensazione di essere appena tornati da un viaggio a Tokyo e Osaka, e ci rimane quel po' di invidia per l'autore, che da quelle parti ha messo radici.
Andrea Kerbaker
Questo libro non è un'autobiografia né un'opera di fantasia: è narrativa vera, più vera del vero, in cui Paolo Soldano ci racconta animatamente, con tocchi rapidi e un suo brio leggero, la normalità ed i vizi capitali nascosti nella vita quotidiana del Giappone. Il modo di vivere postmoderno del Sol Levante, visto come dal buco della serratura, è costellato, tramite lo sguardo d'autore tenero, penetrante, godibile, malinconico e ironico, di termini oscuri e spesso raffinati per interpretare i codici/sottocodici inaccessibili ai più. Come dice Soldano stesso "non so come chiudere, se non con un nuovo inizio", il suo lungo viaggio senza freno continua il suo racconto boccacciano, lasciandoci affamati.
Junji Tsuchiya
(professore di sociologia all'Università Waseda, Tokyo)
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