|
![]() ![]() Opere pubblicate: 20286
|
Diario di un ragazzo interrotto. Un po’ Nome della rosa, un po’ Ulysses, Come pagina bianca racconta una storia di alienazione: chiuso nelle quattro mura di un ospedale psichiatrico, un paziente scrive ad un’amata immaginaria delle lunghissime lettere nelle quali racconta il suo passato, il suo presente, se stesso.
Intrappolato nella sua prigione bianca, il protagonista si aggrappa alla memoria, cercando di ricreare l’ordine cui è stato strappato, nel disperato tentativo di conservare qualcosa di sé. Come pagina bianca è un libro intenso, colto, visionario. Supportato da una scrittura densa, corposa, quasi materica, attinge a una quantità di fonti pressoché infinita: se la musica e la pittura sono una parte consistente, il leitmotiv di questo epistolario, la parte del leone spetta indubitabilmente alla letteratura. La struttura del metaracconto di Boccaccio, l’angoscia così smaccatamente Kafkiana, il concetto dell’outsider di stampo beat, sono solo la punta dell’iceberg dei riferimenti e delle criptocitazioni che l’autore dissemina tra le sue pagine. Il testo è attraversato da due linee sotterranee, quella alchemica nascosta e disvelata, e quella biblica, imposta e interiorizzata, che rappresentano i due poli del percorso ortodossia-eterodossia, la dicotomia tra normale e patologico, padre e figlio, trasformazione e fissità. Per una bizzarra legge del contrappasso tutto ciò che la Bibbia impone, l’alchimia sottrae, o viceversa: così la memoria dei brani dell’Apocalisse viene cancellata dai farmaci della terapia, l’elettricità con la quale il novello Frankenstein tenta di dare la vita, lo condurrà all’annichilimento dell’elettroshock. “A me. La storia di una delle mie pazzie”, scriveva Rimbaud. È l’Alchimia del verbo, l’Impossibile, la poesia. A cosa serve, infatti, la poesia? Essa rimane come mediazione tra la perfezione alla quale aspiriamo e la limitazione del nostro essere uomini. Una dimensione della transizione dall’umano al divino, dal soggetto che scrive all’oggetto dell’ispirazione. Come l’alchimia è quella scienza che è sempre ad un passo dal trovare la risposta alle sue domande, così la poesia è sempre a un passo dal riuscire ad esprimere le sensazioni ma, per fortuna, non potrà mai raggiungere il suo scopo perché, come spiegava Schopenhauer, non siamo sicuri che scavando potremo trovare quello che stiamo cercando, ma sicuramente, alla fine della nostra ricerca ci renderemo conto che abbiamo molto: tutta la terra che abbiamo spalato. Si potrebbe continuare per ore, cercando di decodificare l’una o l’altra metafora, tentando di dare una possibile interpretazione delle migliaia di scritture sull’acqua, ma purtroppo tutto ciò sarebbe vano, perché questo è un testo incentrato sulla privazione e il silenzio, tanto spersonalizzante da sottrarci perfino il nome e con esso l’identità, eppure così profondamente carico di parole, concetti, immagini da travolgere il lettore. Questo è un libro denso, vibrante, sconcertante, come è tutto ciò che osa affrontare il tema della pazzia “da dentro”, perché la malattia mentale spiazza, toglie i freni delle certezze, lima i fondamenti della società civile. La follia è mancanza di bisogno, come poi è anche la poesia, ma la pazzia imbarazza perché rappresenta la liberazione dalle convenzioni e l’abisso nel quale ci si specchia. Ma bisogna fare attenzione, perché mentre lo guardiamo, l’abisso guarda noi. Flavia Weisghizzi Come pagina bianca di Pasquale Esposito Aletti Editore 2° Edizione http://www.alettieditore.it/emersi/esposito/esposito.htm
|